La vita in uno sguardo

Le vittime del Grande Terrore staliniano

Marta Dell'Asta , Lucetta Scaraffia

Collana I Leoni

  • Pubblicazione: 1 aprile 2012
  • Pagine: 240
  • Illustrazioni: 150 b/n
  • Formato: 14x21
  • ISBN: 9788871809861
VERSIONE CARTACEA
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Il libro

Quelle contenute in questo libro sono fotografie segnaletiche di condannati a morte.

Negli anni del Grande Terrore staliniano migliaia di semplici cittadini – insegnanti, casalinghe, operai, sacerdoti – furono arrestati e accusati dei più inverosimili delitti: spionaggio, terrorismo, trame controrivoluzionarie. E nel giro di pochi giorni, senza processo, fucilati.

Molti di loro sono stati seppelliti in fosse comuni a Butovo, alla periferia sud di Mosca, ma nessun documento ne dà notizia: né gli Ordini di fucilazione né gli Atti di esecuzione. Col tempo, di Butovo si sono perse le tracce, e gli autori delle fucilazioni sono morti portando con sé il proprio segreto. Anche delle vittime si sono perse le tracce, dei loro nomi come dei loro volti. Per decenni ai parenti sono stati consegnati falsi certificati di morte che parlavano di lager e di decesso per polmonite o arresto cardiaco.

Solo dopo la caduta del regime, e al termine di ostinate ricerche, è stato possibile rintracciare questo luogo di morte, i fascicoli giudiziari, le foto segnaletiche. Ora sappiamo che tra l’agosto 1937 e l’ottobre 1938 a Butovo sono stati fucilati e seppelliti 20.765 innocenti.

Le fotografie qui raccolte sono state fatte poco prima della fucilazione, e sono l’ultima immagine di queste persone. Nei loro occhi si condensano molti sentimenti, quasi un grido inespresso. Vediamo volti di uomini e donne sconvolti dall’improvvisa catastrofe, spezzati dall’enormità delle accuse, prostrati dall’incertezza e dal timore della morte. Accanto allo stupore e allo sconforto, però, troviamo ogni tanto dei volti luminosi, in pace. È il mistero incommensurabile dell’uomo che ci fissa da queste immagini, un mistero che fa risaltare per contrasto l’oscenità dell’arbitrio che ha cercato di schiacciarlo. Bisogna guardarle con rispetto, perché c’è tutta la vita in quegli sguardi.

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