L'incontro con Felipe Selden: estratto da «La superba gioventù»

La superba gioventù di Pablo Simonetti è un romanzo che mette a nudo l’ipocrisia di un mondo fatto di apparenze e illusioni, ma è anche un avvincente romanzo sulla complessità delle relazioni umane e sulle mille sfumature che un sentimento come l’amore può assumere
Di seguito riportiamo un estratto dal primo capitolo del libro: a scrivere è Tomás Vergara, che racconta la storia di un ragazzo enigmatico e affascinante: Felipe Selden. 

La superba gioventù

Ognuno ha un suo rapporto particolare con l’età. Io mi sentii vecchio per la prima volta a cinquantadue anni. E non a causa dei piccoli fastidi ai polmoni o alla pelle di cui talvolta soffrivo, ma in seguito al mio incontro con Felipe Selden, quella sera d’inizio novembre 2008, in una galleria d’arte. Bastarono cinque minuti per convincermi che, se fossi stato più giovane, me ne sarei disperatamente innamorato: idea sovvertitrice per uno come me, che non aveva mai creduto all’amore a prima vista né ai capricci del destino.

Arrivato alla galleria per l’inaugurazione di una mostra, attraversai la sala in cerca di un posto tranquillo, dove il vociare non rimbombasse sulle pareti e l’illuminazione fosse meno inclemente. Molta gente invadeva i locali dell’edificio, costruito in cemento a vista e situato in una traversa di Avenida Nueva Costanera. Trovai un po’ di serenità nell’angolo opposto all’ingresso, vicino a un’ampia vetrata che andava dal pavimento al soffitto e apriva la vista verso un giardino piantato da poco. 

Alla mia destra, sotto la luce rifratta dal cristallo, le numerose piante tappezzanti apparivano come altrettante matasse arruffate di rettili morti. Lì mi sentii al sicuro, distante da tutte quelle persone smaniose che, ignorando le opere esposte, non pensavano che a confondersi, esse stesse, in un’unica e grande matassa sociale.

Cercavo tra la folla il profilo barbuto del pittore, quando vidi arrivare Camilo Suárez, in compagnia di un uomo. Dico «uomo» perché, sebbene non dimostrasse più di vent’anni, emanava un’energica sicurezza di sé. Irradiava vigore e sembrava, al tempo stesso, del tutto estraneo al contesto. L’imperturbabilità del suo aspetto e la calma del suo portamento trasformavano l’affabile esuberanza di Camilo in un gesticolare un po’ sopra le righe.

Il loro arrivo ebbe su di me l’effetto di un piacevole cambio di atmosfera.

Irradiava vigore e sembrava, al tempo stesso, del tutto estraneo al contesto.

Li seguii con lo sguardo, mentre attraversavano la sala. Camilo indossava giacca e cravatta; Selden, jeans, una giacchetta blu di gabardine e una camicia bianca. Avanzavano tra la folla uniti da una corda invisibile, ciascuno prestando grande attenzione alle parole dell’altro. Per due volte, guadagnata la prima fila davanti a un quadro, indugiarono in un veloce scambio di impressioni. Il resto del breve percorso fu punteggiato dai molti saluti che ricevevano al loro passaggio. Grazie alla sua facilità di parola e al gradevole timbro della sua risata, Camilo risultava simpatico a tutti senza difficoltà.

Fra i suoi amici c’era gente d’ogni età, comprese alcune signore non ancora rassegnatesi all’incipiente vecchiaia. Proprio una di loro, figura di spicco della vita mondana non lontana da dove mi trovavo, prese Camilo a braccetto e offrì al suo bacio uno zigomo appuntito. Vestiva una giacca decorata di strass; l’acconciatura alla Thatcher, di un biondo uniforme, regalava tre o quattro centimetri al suo corpo minuto.

«Come va, ragazzo mio?» disse con voce inaspettatamente profonda e modulata. 

Camilo fece largo a Selden tra la folla. La donna offrì di nuovo la sua guancia, mentre contraeva la bocca in modo strano, come in una specie di ginnastica facciale. L’ultima smorfia le si convertì in un’espressione di gioiosa sorpresa.

«Felipe!».

La sua aria di superiorità era sparita. Ma protese e sollevò il mento, forse per compensare la grande differenza di statura con Selden.

«Ciao, zia Alicia» replicò Selden con discreta cordialità.

«Tua madre mi aveva detto che eri tornato dagli Stati Uniti. Ma perché devo sempre essere io l’ultima a riabbracciarti?».

Si voltò verso le tre persone che erano con lei, tutte concentrate sulle evoluzioni della sua bocca, e aggiunse:

«Ditemi se non è diventato una meraviglia, il mio adorato nipote. Non ti vedevo da due anni, caro, e adesso rieccoti qua, bello come un adone. E tu, Camilo, trattamelo bene» ammonì, alzando le braccia verso di lui. «Giovanotti attraenti come voi c’erano anche ai miei tempi, però non così alti, e non così disinibiti».

Accompagnò l’ultima parola con un’occhiata significativa, come se sospettasse quello che sospettavo anch’io, e cioè che tra i due ci fosse una storia. L’allusione fu accolta con ilarità dai suoi accompagnatori, e così dallo stesso Camilo.
Non però da Felipe, le cui labbra carnose si curvarono appena, in un sorriso senza traccia di adulazione perfettamente in accordo con la sincerità dei suoi occhi azzurri, vivaci e curiosi. In mezzo a tanta confusione, Selden pareva essersi isolato, come sotto una campana di vetro, in uno spazio di pace e silenzio rispetto a quanto lo circondava.

Avevo conosciuto Camilo molto tempo prima, in un laboratorio di lettura che dirigevo nell’estate del 1998. Si era appena laureato in legge all’Università del Cile, faceva praticantato e stava preparandosi per l’esame di abilitazione all’avvocatura. Due anni più tardi, quando giunse il momento di accettare la propria omosessualità, scelse me come suo confidente. Mi chiese, in una mail, se poteva incontrarmi per discutere di una faccenda personale.
Ricevevo spesso richieste del genere, cosicché intuii immediatamente di cosa volesse parlarmi. Trovai piuttosto buffo che la mail recasse in fondo, sotto la firma, l’elegante logo dello studio legale dove aveva iniziato a lavorare, Amunátegui, Lira & Associati, come se l’intero ufficio volesse uscire dal suo isolamento sessuale. 

Dallo stesso Camilo avevo saputo che i suoi genitori disapprovavano la scelta della «libera professione», la quale interrompeva la tradizione accademica familiare. Suo nonno era stato preside del Liceo Manuel de Salas, suo padre veniva considerato «il miglior docente di calcolo numerico» dell’Università del Cile, e sua madre, con un dottorato in sociologia, aveva una cattedra all’Università Diego Portales. Di contro, quando Camilo rivelò finalmente la sua omosessualità, tutti in famiglia – dai nonni ai genitori ai fratelli – reagirono con molta apertura e comprensione.

Resto convinto che nessuno dei miei consigli avesse davvero contribuito a disporre benevolmente la famiglia Suárez, ma da allora Camilo mi dimostrava una certa riconoscenza.

Durante i suoi primi anni di vita gay, Camilo aveva rappresentato, per la maggior parte dei miei amici, il miglior partito sulla piazza. Nel piccolo mondo che frequentavamo non erano molti quelli di successo, non effeminati, con spiccata personalità e un temperamento schietto e gentile. Ma con me, per fortuna, il fascino di Camilo non funzionava. Le sue folte sopracciglia, i suoi occhi rilucenti e maliziosi, la sua mascella squadrata non incontravano in alcun modo il mio gusto particolare. E poi, facile all’entusiasmo per qualsiasi novità, mi faceva pensare piuttosto a un adolescente tardivo. La volubilità dei giovani non finirà mai di stupirmi.

In conclusione: lo avevo accolto come un bravo ragazzo cui dare di quando in quando un consiglio, e mi ero improvvisamente ritrovato a fargli da «padre gay». Voleva sempre conoscere il mio parere sulle sue relazioni amorose, e io riuscivo ogni volta a ricavarne spunti interessanti per qualche futuro romanzo.

La volubilità dei giovani non finirà mai di stupirmi

Udii la sonora voce della regina del bel mondo affermare che in quella «splendida» pinacoteca qualsiasi quadro avrebbe fatto la sua figura. Camilo alzò gli occhi e incrociò il mio sguardo. Selden scambiò ancora un paio di frasi con la zia e, al momento di congedarsi, dovette fare un mezzo inchino per baciarla su una guancia.

«Via, via, giovani ingrati – disse lei. – Non sia mai che sprechiate un solo minuto delle vostre vite con noi poveri vecchi. Andate, divertitevi. Tu, Felipe, chiamami domani. Ho una cosa importante da chiederti».

Camilo e Selden sorrisero distrattamente, e si fecero strada sino al finestrone panoramico. Sentii Camilo dire:

«Non sapevo che fosse tua zia».

«Prozia» lo corresse Selden. «Mia madre non la sopporta, dice che è una vecchia frivola. A me piace, la trovo divertente».

L’irruzione della loro prestanza nel mio angolo di quiete mi costrinse a fare un passo indietro. Provai vergogna per la mia ribelle pancetta e il mio misero metro e settanta. La deferenza con la quale Camilo mi presentò, come se fossi una persona importante, compensò in parte la mia contrariata vanità.

«Lascia che ti presenti Felipe Selden» mi disse alla fine, in un tono formale che non corrispondeva al trionfante sorriso dei suoi occhi.

Selden tese la mano e piegò il corpo in avanti per salutarmi.

«La mamma ha letto uno dei tuoi libri».

«Poverina». Ci stringemmo la mano con più energia di quanto fosse necessario. «Avresti dovuto leggerlo tu, non lei. I miei non sono libri per gente rispettabile».

«Volevo farlo a diciott’anni, ma lei mi disse che ero ancora troppo giovane».

«E tu le obbedisti?».

«La verità è che non avevo molto tempo libero, e poi non ero sicuro che mi interessasse davvero».

Sul suo viso e nella sua voce non c’era nessuna intenzione ironica; parlava con entusiasmo e mi ascoltava con grande attenzione. Nulla di sensuale, tantomeno lascivo, trapelava dal suo sguardo cautamente allegro. Eppure, se solo mi fosse stato possibile, avrei lasciato che i miei occhi indugiassero nei suoi, dimenticando Camilo, la cui presenza mi obbligava ogni tanto a distoglierli.

 

La superba gioventù

di Pablo Simonetti

Traduzione di Francesco Verde, Davide Platzer Ferrero e Marta Signorile

PREZZO: € 24,00  SCONTO 15%: € 20,40