Scheda libro


Il laboratorio del Gulag. Le origini del sistema concentrazionario sovietico

AUTORE: Liechtenhan F.-D.

Il laboratorio del Gulag. Le origini del sistema concentrazionario sovietico

COLLANA: I Leoni

PAGINE: pp. 320

ILLUSTRAZIONI: N° 6 b/n

FORMATO: cm. 14x21

PREZZO: euro 24,50


ISBN: 978-88-7180-835-2


IL LIBRO

Tra i monasteri e gli eremi delle Solovki – l’arcipelago del Mar Bianco, nell’estrema parte nord-occidentale della Russia, al largo di Archangel’sk – fu creato il primo campo di concentramento sovietico, il laboratorio di quella rete di 476 campi divenuti tristemente famosi con il nome di «Gulag». Apartire dal 1923 e fino al 1939 i bolscevichi vi deportarono i «nemici» del comunismo: aristocratici, preti, «borghesi », contadini, operai, intellettuali, funzionari, artisti, quadri del Partito caduti in disgrazia. «Inventato» da Trockij, adottato da Lenin e perfezionato da Stalin, il campo delle Solovki arrivò a ospitare 70.000 detenuti e nel solo 1937 furono eseguite 2000 fucilazioni. Il modello delle Solovki (e, più in generale, il Gulag) influenzò profondamente la costruzione della società sovietica: si calcola che in quei decenni un adulto su sette trascorse almeno alcuni mesi in un campo. L’esperienza penitenziaria serviva a distruggere le «strutture» dell’epoca imperiale, a livellare le classi sociali e, soprattutto durante lo sforzo bellico, a fornire la manodopera necessaria all’industrializzazione del paese. L’«armata del lavoro» teorizzata da Trockij nel 1918, che avrebbe dovuto fare le fortune dell’Unione Sovietica, non consistette in altro che in migliaia e migliaia di esseri umani ridotti in schiavitù, mutilati e uccisi (anche mediante l’uso, sempre negato dalle autorità, di armi batteriologiche).
Costruito sulla scorta di una vasta documentazione originale, resa in gran parte accessibile dall’apertura degli archivi dell’ex Unione Sovietica, e con l’ausilio di molte testimonianze inedite di prigionieri sopravvissuti e dei loro familiari, questo libro di Francine-Dominique Liechtenhan è un contributo di eccezionale valore alla conoscenza della verità e un omaggio alla memoria delle vittime del comunismo, ancora oggi dolorosamente neglette, in Russia come in Occidente.

L'AUTORE

Francine-Dominique Liechtenhan è nata nel 1956 a Basilea e si è laureata in Storia moderna e contemporanea e in Filologia russa a Parigi, città nella quale risiede e dove insegna all’università della Sorbonne-Paris IV e all’Institut Catholique. È autrice, oltre che di numerosi saggi pubblicati in riviste, dei volumi Les trois christianisme et la Russie. Les voyageurs occidentaux face à l’Eglise orthodoxe russe (XVème-XVIIIème siècle) ed Elisabeth Ière de Russie. L’autre impératrice.

RECENSIONI

Frediano Sessi, «Corriere della Sera», 15 novembre 2009
«Nessuno più mette in discussione la furia sanguinaria di Stalin, che nel costruire il sistema sovietico e nel dirigere la transizione al comunismo degli altri Paesi satelliti dell’Urss, come suggerisce Vasilij Grossman, "ha fatto colare fiumi di sangue". Ma chi mai può toccare Lenin o Trotzkij? La loro reputazione di leader idealisti è raramente scalfita. Il saggio di Francine-Dominique Liechtenhan [...] mostra a partire da una ricca ricostruzione storica, fondata su documenti, come sia Trotzkij che Lenin siano all’ origine del sistema dei lager sovietici che tanti morti innocenti hanno prodotto.»

Lorenzo Fazzini, «Avvenire», 29 ottobre 2009
«La ricercatrice francese Francine-Dominique Liechtenhan ha compito un pregevole lavoro sulle isole Solovki come modello del sistema repressivo in Urss. Il laboratorio del Gulag [...] getta una luce complessiva sull’eziologia di quanto la neonata Germania nazista avrebbe preso ad esempio. È proprio Liechtenhan a concretizzare, con un eclatante riferimento, l’affermazione di Alain Besançon su comunismo e nazismo quali "gemelli eterozigoti".»

Andrea Morigi, «Libero», 29 ottobre 2009
«Nella logica del marxismo-leninismo, l’unica ragion d’essere di un monastero è la sua riconversione in campo di concentramento. Lo pretendono il mito del progresso e la volontà di farla finita con la contro-rivoluzione. Nulla come la vita contemplativa può essere più distante dalla filosofia materialistica della prassi.
È Lev Trockij, già dal 1918, a individuare, nella zona che fino ad allora ospitava santuari e monaci ortodossi, il laboratorio in cui si sperimenterà la repressione totalitaria. Per la mentalità comunista, il concetto più corrispondente alla penitenza cristiana è la persecuzione. Basta sostituire Dio con il Partito e il gioco è fatto. Chi prima si affidava alla misericordia divina, dipende ora dai tribunali del popolo.»

«Bresciaoggi», 14 novembre 2009
«Il sistema repressivo sovietico si mise in moto nel momento in cui, dapprima Lenin e quindi Stalin, si resero conto di non potere procedere ad una rapida costrizione dell’immenso popolo russo senza esercitare la violenza nei confronti di coloro che non rientravano nel “modello” socialista. Il costante livellamento verso il basso della società russa divenne quindi non un prezzo da pagare, ma un obiettivo da perseguire per abbassare la possibilità di ribellioni o rivolte.
Ecco, allora, che i primi bersagli – come ricorda la storica Francine-Dominique Liechtenhan in “Il laboratorio del gulag” […] furono i contadini, costretti a passare da una schiavitù all’altra, la seconda ammantata di forte significato ideologico, filtrato attraverso i meccanismi della collettivizzazione delle terre.»

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