Scheda libro


La chiusura della mente americana. I misfatti dell’istruzione contemporanea

AUTORE: Bloom A.

La chiusura della mente americana. I misfatti dell’istruzione contemporanea

COLLANA: Biblioteca

PAGINE: pp. 464

ILLUSTRAZIONI: N° No

FORMATO: cm. 14x21

PREZZO: euro 24,50


ISBN: 978-88-7180-798-0


IL LIBRO

Allan Bloom pubblicò questo saggio nel 1987. Dopo oltre vent’anni possiamo dire che le sue tesi, allora strenuamente combattute dalla sinistra liberal, si sono rivelate profetiche e godono di una considerazione sempre più ampia.
A giudizio di Bloom la cultura americana – ma lo stesso vale per la cultura di qualsiasi democrazia occidentale – vive dagli anni ’60 una crisi profonda, dietro un’apparenza di liberazione e creatività. Caduto il tradizionale confine tra l’accademia e la società, una miriade di rivendicazioni ha fatto irruzione nelle università, direttamente dalla società e dalla politica, scardinando un sistema senza proporne uno alternativo. Nelle nostre democrazie governate dall’opinione pubblica, la scuola non è più un’isola di libertà intellettuale, dove tutte le opinioni sono prese in esame senza restrizioni e pregiudizi, ma si è trasformata nel magazzino delle influenze più nocive prodotte dalla cultura popolare: prime fra tutte il relativismo e un malinteso senso dell’uguaglianza (il multiculturalismo), uniti in un’intenzione morale. In base a questo nuovo e pericoloso conformismo, la verità non esiste più e crederci, più che un errore, è un segno di intolleranza. Agli occhi di studenti e professori il relativismo è il nutrimento di una mente aperta, per la quale le diverse culture hanno tutte lo stesso peso, mentre le religioni non sono altro che opinioni, senza nessun rapporto con la conoscenza. L’apertura mentale si è così trasformata in chiusura: al sapere, ai valori, alle differenze, ai fatti.
Per Bloom l’università deve tornare ai classici occidentali della filosofia, della letteratura, dell’arte, della storia. Deve rimettere al centro i libri e il loro studio, perché l’apprendimento sui libri è il più grande contributo che un professore può dare ai suoi studenti. Deve rielaborare il concetto greco di educazione, che mira alla realizzazione di tutto il potenziale umano naturale e alla ricerca del bene attraverso la ragione. Ciò che è essenziale nei dialoghi di Platone può essere riproposto in qualsiasi tempo perché esiste una sola, vera comunità degli uomini: quella di coloro che desiderando sapere ricercano la verità.

L'AUTORE

Allan Bloom (1930-1992) è stato un insigne filosofo e un brillante scrittore. Ha insegnato nelle università di Tel Aviv, Toronto, Chicago, a Yale e alla Cornell University. Tra le sue opere, ricordiamo Giants and Dwarfs. Essays, 1960-1990 e Shakespeare on Love and Friendship. Saul Bellow si ispirò all’amico e collega di università Allan Bloom per il protagonista del suo romanzo Ravelstein.

RECENSIONI

Tommy Cappellini, «Il Giornale», 16 aprile 2009


Nel 1987 non era poi così tardi per scagliare Platone sulle teste vuote degli studenti e degli insegnanti reduci del Sessantotto, poiché, in un ventennio, le cose erano solo peggiorate. La rivoluzione studentesca aveva portato soltanto un grande conformismo di vedute, e quel che è peggio anche una rilassata, innocente e diffusa ignoranza.
E fu così che professor Allan Bloom prese in mano la penna e scrisse La chiusura della mente americana, un saggio sui misfatti dell’istruzione egualitaria, della dialettica pseudomarxista e del dolce relativismo culturale. Subito dopo l’uscita, il libro rimase in cima alle classifiche del New York Times per quattro mesi, vendette mezzo milione di copie, e fu tradotto in tutto il mondo alla velocità della luce: in Giappone ci furono risse fuori dalle librerie per assicurarselo, sebbene fosse un testo difficile, in cui persino i titoli dei capitoli spaziavano da «La nietzscheanizzazione della sinistra o viceversa» a «Dall’Apologia di Socrate al Rektoratsrede di Heidegger».
In Italia apparve dodici mesi dopo l’uscita statunitense, per Frassinelli, vendette poco e presto uscì dal mercato. Mentre nel resto del mondo si è continuato a studiarlo - negli istituti di strategia politica, nei think tank conservatori e, di nascosto, anche i quelli di sinistra, nonché, ovviamente, nelle università e da chiunque sia interessato alla cultura umanistica - qui da noi, fino a due settimane fa bisognava fotocopiarselo in biblioteca.
Ora, però, la casa editrice Lindau ripubblica La chiusura della mente americana con l’originale prefazione di Saul Bellow, che di Bloom fu molto amico. Si tratta di un’operazione culturale oltremodo consona a un momento storico che vede sovrapporsi due fenomeni. Il primo: la débâcle definitiva di tutta la sterile filosofia del «politicamente corretto», del «diciotto per tutti» e dell’uguaglianza sfrenata. Il secondo: l’esigenza, sull’onda di una globalizzazione fuori controllo, di un recupero e di un rafforzamento dei valori culturali specifici di ogni civiltà, senza i quali, per esempio, l’Occidente sparirebbe come un volto sulla sabbia.
La chiusura della mente americana «fece infuriare - usiamo le parole di Bellow - i rappresentanti del mondo accademico. Vi erano elencati i difetti del sistema in cui loro si erano formati, la superficialità del loro storicismo, la loro debolezza per il nichilismo europeo. Denunciava che nessuna vera istruzione è possibile nelle università americane, tranne che per gli ingegneri aeronautici, gli esperti di computer e simili. Se Allan Bloom fosse stato un trombone o un parolaio, non sarebbe stato preso in considerazione. Era invece ragionevole e bene informato e i suoi argomenti perfettamente documentati. Tutti gli asini fecero causa comune contro di lui».
Che questi asini fossero studenti oppure professori oggi non stupisce più, e non è difficile capire perché. A un certo punto sia al di qua che al di là della cattedra il problema fosse uguale per tutti: si trattava dell’abbandono consapevole dell’idea fondativa che esista una verità da cercare e trovare e studiare, a favore di un’uguaglianza democratica di tutte le menti e le visioni del mondo, appiattite ciascuna nella propria «legittima» diversità, a cui anche il linguaggio doveva allinearsi: nacque così il politicamente corretto, pendant moralistico - ma non morale - del relativismo.
Nel capitolo dedicato al ’68, Allan Bloom racconta la sua tristezza nel constatare la remissività degli insegnanti davanti alla contestazione: «I professori, depositari delle nostre migliori tradizioni, cominciarono ad adulare ignobilmente quella che era solo una marmaglia, chiedendo perdono per non aver capito le più importanti questioni morali. Osservando questo spettacolo, continuava a venirmi in mente l’abusata frase di Marx: la storia si ripete sempre, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa». In altre parole, Bloom vedeva male la dialettica marxista che fornisce una «felice» soluzione per i nostri stili di vita relativi, poiché il rovescio della medaglia era che in politica prendesse piede una democrazia ben diversa da quelle antiche e del tutto esente da meritocrazia, tanto da impedire a un giovane di sperare di conquistare il primo posto; che l’istruzione si perdesse in una filosofia dell’uguaglianza, come poi è avvenuto; che, nei sentimenti, si finisse con l’uccidere l’Amore per sostituirlo col «sesso e le relazioni significative», ed è accaduto anche questo.
Tale il libro, tale l’autore: nato nel 1930 nell’Indiana da una famiglia povera, Allan Bloom fu allievo di Leo Strauss e Kojève e poi filosofo e scrittore celeberrimo dopo la pubblicazione di The closing of american mind. È morto nel 1992 a Chicago, alla cui università era affezionato più che a quelle di Yale, Cornell, Tel Aviv, tutti atenei dove insegnò. Ebreo, traduttore della Repubblica di Platone e dell’Emilio di Rousseau, convitato pirotecnico le cui maniere a tavola erano inqualificabili, era uno che non si poteva, racconta Bellow, «imitare con facilità. Non potevi neanche pensare di assomigliargli senza studiare, senza apprendere, senza affrontare i suoi esoterici problemi di interpretazione». Omosessuale, la sua morte ricorda quella di Michel Foucault. Esperto di gossip politico, dopo che col suo libro divenne milionario non fu più costretto a barattare argenteria Jensen tra i suoi colleghi per pagarsi lussuose abitudini - vestiti Armani, borse Vuitton, ottimo vino in bicchieri Baccarat o Lalique, sigari cubani, accendini Dunhill e penne Mont Blanc in oro massiccio - e quando scendeva a Parigi, felice come un bambino di trovarsi in Europa, prenotava nello stesso albergo di Kissinger e Nixon. Era un uomo che credeva possibile riproporre in qualsiasi tempo «ciò che di essenziale c’è nei dialoghi di Platone». Era anche una persona allegrissima. Ravelstein - il romanzo che Saul Bellow gli ha dedicato - inizia così: «Non è strano che i benefattori dell’umanità siano persone divertenti?».

Antonio Funiciello, «liberal», 23 aprile 2009
«Uno straordinario libro di destra. […] Ancora il libro migliore per decifrare e capire i nostri complicati tempi.»

Da «Diva e Donna», 26 maggio 2009
«Un lucido, spietato e divertente atto d’accusa.»

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