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  04.06.2009
L'intervento del teologo Renzo Savarino alla presentazione dell'antologia di Benedetto XVI «Fede, ragione, verità e amore», avvenuta il 14 maggio alla Fiera del Libro



Pubblichiamo l’intervento con il teologo Renzo Savarino ha partecipato alla presentazione del volume «Fede, ragione, verità e amore» tenutasi alla Fiera Internazionale del Libro di Torino il 14 maggio 2009.



Ringraziamo il settimanale «il nostro tempo» per averci messo a disposizione la versione digitale del documento.


L’antologia di scritti di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, curata dal professor don Umberto Casale, raccoglie sotto il titolo Fede, ragione, verità e amore. La teologia di Joseph Ralzinger trentasette scritti di uno dei teologi più significativi del secolo XX e di un personaggio che, a vari titoli, ha segnato gli ultimi cinquant’anni di vita della Chiesa cattolica. Basta percorrere l’indice dell’antologia per vedere che gli interessi e gli interventi di Ratzinger spaziano a 360 gradi e coprono di fatto tutti i temi dei trattati teologici: partono dagli studi sulla teologia fondamentale (sezione l) e sulla teologia dogmatica (cristologia, pneumatologia, ecclesiologia, escatologia - sezione 2) per approdare soprattutto in età più matura alla liturgia (sezione 3), alla portata e al significato dei valori morali nella società contemporanea e all’urgenza dei temi etici (sezione 4), all’ecumenismo e aI dialogo interreligioso (sezione 5).
[…] Gli elementi esterni che hanno reagito con il pensiero di Ratzinger sono molti. Ricorderò solo i più significativi che contribuirono alla formazione di quella che lui stesso chiama la sua “specificità: «Si tratta semplicemente del fatto che mi propongo di pensare insieme con la fede della Chiesa». Ripercorrerli in modo sintetico servirà pure a delineare la crescita di un pensatore e a delineare il profilo intellettuale e umano del Papa.
Il vivace ambiente delle facoltà teologiche tedesche e della teologia francese nel dopo guerra. La struttura mentale del giovane Ratzinger si formò su classici della teologia che in quell’epoca, dominata dal neo- tomismo, non si trovavano al centro dell’attenzione prevalente: s. Agostino, s. Bonaventura, J. H. Newman. Per Ratzinger fu un modello di sensibilità intellettuale e di capacità comunicativa Romano Guardini; ebbe su di lui grande influenza il gesuita H. De Lubac (allora sospettato in ambienti romani; non da PioXII, come erroneamente si va criticando); per un lasso di tempo collaborò e crebbe all’ombra di K. Rahner, si incontrò e poi si separò da H. Kueng, lavorò con H.U. von Balthasar, frequentò i migliori esegeti cattolici, confrontò il suo pensiero con quelli protestanti, stabilì un rapporto di stima con il maggior storico della Chiesa nel secolo XX: H. Jedin.
Da questi vivaci e plurimi scambi si sviluppò in lui la convinzione, poi diventata metodo di pensiero, che la dimensione storica, intesa non in senso relativistico, è coessenziale al fare teologia, che la storicità, categoria fondamentale nella quale l’uomo moderno impara a conoscersi, va applicata anche ai dogmi della fede. Di conseguenza i simboli della fede, le formule dogmatiche, perché storici, hanno limiti strutturali e carattere incompiuto ma, perché esprimono la fede della Chiesa, hanno valore immutabile e definitivo per quanto esprimono.
Per Ratzinger il dogma non è una corazza, ma una fiaccola; è un confine non come una barriera, ma come una pista; non può mutare rispetto al passato, può avanzare rispetto al futuro, verso la pienezza di significato e verso il tutto della fede.
Coevo e contiguo a questo ambiente, si aggiunse il clima accademico delle Università tedesche, non solo di quelle di teologia, con i dibattiti che le percorrono e con l’esigenza che presentano alla fede: sia capace di confrontarsi con la ragione.
Dalla consapevolezza che in ogni uomo che pensa fede e dubbio convivono (come peraltro negazione della trascendenza e dubbio contrario coesistono nelI’agnostico che pensa) e dalla convinzione che l’agape (l’amore), punto centrale del Cristianesimo, non può essere disgiunta dal logos (che significa in primo luogo, ma non solo, ragione) Ratzinger giunge alla ferma convinzione che una fede che rinunci alla razionalità perde uno dei suoi requisiti fondamentali. Occorre quindi per la pienezza della testimonianza cristiana amare pensando e pensare amando, dal momento che la ragione è costitutiva del pensare credente e del sapere teologico. A questo programma Ratzinger si è sempre attenuto.
Di qui derivano la costante attenzione all’Illuminismo e ai suoi risultati odierni, la considerazione e il rispetto dei valori di razionalità e di libertà operanti nel pensiero illuminista, che peraltro trassero origine dalla fede cristiana, accanto alla segnalazione dei limiti e dei pericoli inerenti alla riduzione dell’uomo alla sola dimensione della scienza o delle scienze umane. Come la fede non può fare a meno della ragione, così la ragione, consapevole della sua grandezza e dei suoi limiti, deve allargare gli spazi della razionalità e aprirsi alla possibilità della trascendenza e se non compie tale operazione, perde uno dei suoi requisiti fondamentali. Queste considerazioni innervano l’«Introduzione al Cristianesimo» del 1968 e sono ben presenti nella Fides et Ratio, cui presumibilmente collaborò l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede.
L’esperienza del Concilio ecumenico vaticano II, vissuta dal di dentro con un ruolo determinante: si pensi al suo contributo all’elaborazione della Costituzione Dei Verbum. alle relazioni scritte e pubblicate dopo ogni sessione, ai commenti alle Costituzioni conciliari per il prestigioso «Lexikon fuer Theologie und Kirche».
Egli passò dalla gioiosa condivisione dell’ideale giovanneo di aggiornamento a una più pensosa valutazione dell’applicazione del Concilio e del falso rinnovamento che finiva di trasformare il messaggio conciliare nel mito che nella Chiesa non vi fosse più nulla di certo.
Ratzinger insegna che il Vaticano II, evento centrale nella vita della Chiesa del XX secolo, non può in alcun modo essere rifiutato da chi voglia essere cattolico; costituisce infatti per la fede e per la vita di oggi il riferimento necessario, arricchente e autorevole; ne fece quindi il riferimento centrale della sua attività di teologo e ne sviluppò le potenzialità che possiede; ritiene che il Concilio debba essere interpretato con criteri oggettivi, con riferimento al testo, con il senso della continuità e non della rottura (è un procedimento analogo alle sue riflessioni sul dogma; cfr. Discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005 ). Chi ha conosciuto anche solo qualcosa della complessità delle questioni dibattute in Concilio e del suo insegnamento percepisce immediatamente quanto siano inadeguate, talora rozzamente strumentali, le etichette di “conservatore” o di “progressista pentito” applicate a un pensiero, come quello di Ratzinger, così articolato e ricco che non può essere incapsulato in categorie ideologiche, astratte e oltre tutto datate.
Infine interagisce con la teologia di Ratzinger il ministero pastorale e dottrinale (arcivescovo, prefetto, ora Papa ). La sua attenzione si è quindi volta di preferenza, senza mai ridurre il messaggio cristiano alla sola morale, alle problematiche etiche, alle inquietudini e ai fermenti delle società cosiddette avanzate, al dilagare di quell’atteggiamento che qualifica come “dittatura del relativismo”, alla problematica crisi in si dibatte la fede cristiana in Europa e nel mondo industrializzato, alla dimensione politica, nel senso alto del termine, dell’attuale crisi ideale, in una parola al tentativo prometeico dell’uomo moderno di strappare il "fuoco" dal cielo.
Su questi temi il dibattito contemporaneo divampa. Ratzinger è convinto che la questione, per essere risolta, vada rovesciata (e qui giungiamo al nodo centrale della sua specificità; o del suo sistema?): iI vero Prometeo è Gesù Cristo che ha preso il "fuoco" dal cielo e lo ha portato sulla Terra, ha congiunto la verità di Dio con la libertà dell’uomo.
Un ultimo punto di carattere interno alla Chiesa sta a cuore a Ratzinger: la retta comprensione e la degna celebrazione della liturgia. Tale attenzione è motivata dal fatto che la maggioranza del popolo cristiano non si sente interessata ai dibattiti teoretici dei teologi, mentre nutre la propria vita spirituale nelle celebrazioni liturgiche. La vastissima sua produzione su questo argomento culmina nel volume: «Lo spirito della liturgia».
Ratzinger accetta il Concilio e la riforma liturgica post-conciliare, ma contesta con vigore le distorsioni di principio e di fatto nell’applicazione della medesima. In tal modo si è procacciato l’accusa, assai diffusa, di conservatore, di nostalgico, di anticonciliare: le sue decisioni da Papa non sono state seguite, neppure da chi avrebbe dovuto ringraziarlo (i lefevriani ). A proposito di queste discussioni, che spesso non riescono a superare i confini della sacrestia, noto un fatto: a mia conoscenza Ratzinger è l’unico che studia ed espone il dibattito liturgico con argomentate riflessioni che abbracciano contemporaneamente la dimensione antropologica, bibIica, storica, teologica, culturale, estetica, spirituale e pastorale. Nessun autore, tra quelli che conosco, ha questa visione sinottica, che analiticamente e sinteticamente studia ed espone lo spirito della liturgia.
Pur con i limiti del genere letterario antologico, ma anche con i suoi pregi, almeno funzionali a un primo approccio, la raccolta di testi, che l’editore Lindau qui presenta, ha colto un pensiero che spazia nel passato, si volge al presente, approfondisce il messaggio cristiano con fedeltà dinamica e creatrice, in una parola una teologia documentata e raffinata, in cui palpita l’amore di Dio e dell’uomo, brilla una speranza per il mondo, viene proclamato un invito alla sapienza per il credente e per il non credente.

Renzo Savarino
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