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  21.04.2009
«L’egualitarismo ha rovinato l’istruzione». Intervista a Ernesto Galli della Loggia, a cura di Tommy Cappellini, «Il Giornale», 16 aprile 2009






«Quindici anni fa non si sarebbe potuta trovare una casa editrice che volesse fare una riedizione di La chiusura della mente americana. Probabilmente è un segno dei tempi». Così Ernesto Galli della Loggia commenta la ripubblicazione del saggio di Allan Bloom, a vent’anni dalla prima. «Oggi - prosegue - potrebbe sembrare un libro conservatore, ma all’epoca era invece quasi eversivo, rivoluzionario, tutto teso contro l’ordine esistente e contro le dinamiche dell’istruzione anche universitaria - come le “quote” - che fanno passare in secondo piano il merito».
Ma per quale strada il merito è finito così a margine dell’istruzione scolastica?
«Si è cominciato col pensare che in ogni individuo ci sono potenzialità che adeguatamente sviluppate daranno i loro frutti. Il passaggio successivo è stato dare una maggiore importanza ai meccanismi dell’insegnamento che non ai reali contenuti del sapere. È questa, comunque, un’istanza democratica che è iscritta nel Dna della pedagogia occidentale, anzi, è il suo inevitabile destino. Il merito tende a gerarchizzare proprio mentre questa pedagogia tende a essere universalistica. Tuttavia su tale strada ci siamo spinti un po’ troppo in là: in omaggio alla promozione “democratica” si è creata una concreta crisi dell’educazione, fino ad arrivare nei casi più gravi a un analfabetismo di fatto negli allievi».
E il ruolo dei professori?
«Aver alla lunga dimenticato di porre l’accento sul merito ha demotivato anche loro, non solo gli allievi. L’insegnante è diventato soltanto l’amministratore della socializzazione democratica, vista come premessa dell’educazione alla cittadinanza. Tutto il contrario del rapporto tra maestro e allievo che cercava Allan Bloom».
Il quale sosteneva invece un insegnamento a partire dai grandi - e impegnativi, diciamolo - libri della cultura occidentale.
«L’educazione che avveniva sulla base dello studio del canone letterario e filosofico occidentale alla fine sboccava in un sapere molto orientato ai valori, ed era un’educazione fortemente morale e sentimentale. Colpire lo studio del canone, come è stato fatto negli ultimi decenni, ha voluto dire colpire al cuore la formazione stessa della soggettività di un individuo. Quando l’istruzione - stranamente promossa da governi vicini al conservatorismo - si concentra troppo sullo sviluppo di alcune capacità, come il saper usare il computer, diventa più difficile avere una soggettività complessivamente formata. Sono scelte pedagogiche, e si può sempre dire che molto lo si imparerà poi, fuori dall’aula. Sta di fatto che c’è stato un mutamento a 360 gradi nella visione pedagogica occidentale».
Forse in direzione di un certo relativismo...
«Sarebbe come dire che la cultura classica era dogmatica. E io non credo che ci sia uno scontro fra dogmatismo e relativismo, ma fra relativismo buono - dove il conflitto fra le posizioni viene visto come un problema morale che obbliga a scelte alte, ed è la visione di Bloom - e relativismo cattivo, in cui si pensa che siccome ci sono innumerevoli punti di vista è inutile averne uno. Occorre dire, però, che quella cercata da Bloom era una formazione élitaria. Portarla a livello di massa pone problemi enormi».
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