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  16.12.2008
••• Pubblichiamo un'intervista del nostro autore C. Buldrini a «Europa» sul mito della cosiddetta «New India» •••

«La New India? Un mito»

Carlo Buldrini “smonta” Cindia: «Invenzione mediatica»

MATTEO TACCONI





  
La superpotenza che verrà, una delle due metà di “Cindia”, la nazione che grazie all’industria del software s’è divincolata dalla povertà. Ma questa è solo una bella cartolina dell’India. L’ennesima.
«Da sempre, sulla stampa è stato un coro di idee preconcette su questo paese», afferma Carlo Buldrini.
Non un pundit qualunque. Buldrini, che ci riceve nel suo appartamento di Perugia, ha trascorso in India più di trent’anni. Ha visto e raccontato una nazione piena di contraddizioni e continua a farlo anche oggi. Da qualche tempo è infatti nelle librerie la sua ultima fatica, Nel segno di Kali, un avvincente reportage dall’India edito dalla torinese Lindau.
È proprio sui concetti di contraddizione e falsa rappresentazione che Buldrini intende subito mettere l’accento. «Il mio libro – dice – si apre con una citazione di Amartya Sen, che a sua volta cita la sua vecchia insegnante, Joan Robinson. Quest’ultima diceva che «qualsiasi cosa vera tu dici dell’India, è vero anche il contrario». Ecco, direi che è vero che l’India cresce e c’è il boom della tecnologia, ma è vero anche il contrario. Anzi, è doppiamente vero. Allo sviluppo non corrisponde un’equilibrata diffusione della ricchezza. Il sistema è molto fragile e c’è un forte dualismo urbano. Il divario tra élite economica e poveri si amplia.

Quindi la New India è una parte infinitesimale del paese?

La New India è quella delle gated communities. Si tratta di quartieri residenziali per i nuovi ricchi circondati da muri, in cui si entra solo se si superano i controlli di sicurezza e solo se chi ti riceve, una volta contattato dai vigilantes che ti fermano all’altezza della cancellata d’ingresso della community, dà il proprio consenso. Tempo fa c’è stato un servizio di Outlook, un settimanale autorevole, dedicato proprio alle gated communities. Il titolo, Free from India, era emblematico nel sottolineare una realtà a sé stante rispetto al resto del paese. L’India reale è un’altra cosa.

Lei che l’ha vista, ce la descriva.
A parlare sono i dati. La middle class, che comprende tre fasce di reddito – da 3800 a novemila euro l’anno, da novemila a 18mila euro l’anno, oltre i 18mila – rappresenta solo il 6 per cento della popolazione.
La metà della popolazione vive ancora oggi con meno di un dollaro al giorno. L’information technology non arriva a questa gente. Le infrastrutture sono carenti, gli ospedali inefficienti.
Ogni anno ci sono 500mila aborti selettivi, che significano dieci milioni di “donne mancanti” negli ultimi vent’anni. Poi ci sono i 167 milioni di dalit, gli intoccabili. Sono dediti ai lavori impuri, trasportano le carogne degli animali o puliscono le latrine.
Nelle campagne, spesso, non gli è consentito d’attingere l’acqua dal pozzo del villaggio. Si dice che l’India sia “la più grande democrazia del mondo”.
A guardare le condizioni del paese reale verrebbe da contestare tale descrizione.

Descrizione che è uno dei tanti luoghi comuni sull’India.
In Occidente, quando si è parlato di India, si è abusato per molto tempo di un approccio orientalista.
Indira Gandhi diceva che per capire l’India occorre mettere da parte le idee preconcette. “È molto romantico – mi disse quando la intervistai nel 1981 – mettere al centro dei propri discorsi la spiritualità indiana. Ma io credo che nella nostra gente ci sia la stessa combinazione di spiritualità e materialismo che caratterizza tutti gli altri popoli del mondo. Noi – aggiunse Indira Gandhi – siamo stati nell’antichità dei grandi navigatori, abbiamo creato una fiorente industria tessile, costruito fortezze inespugnabili e il nostro Kautilya, che scrisse l’Artashastra nel III secolo avanti Cristo, anticipò di molti secoli il vostro Machiavelli. Le nostre sculture sono famose in tutto il mondo per la loro sensualità. Se gli indiani fossero stati un popolo solo spirituale, non avrebbero prodotto tutto questo”. Ma oltre a quello spirituale oggi c’è lo stereotipo dell’information technology. Un’industria che però dà ricchezza a poche persone e che non è così robusta. Perché i settori che la compongono, vale a dire il software e l’outsourcing – ma potremmo tranquillamente parlare di call center in questo secondo caso – dipendono dai capitali stranieri e inoltre, ultimamente, i paesi del sudest asiatico e alcune nazioni dell’America latina si sono messi a fare concorrenza praticando tariffe più basse. E l’India adesso trema.

I contrasti etnici sono parte dell’India reale?
I contrasti si trascinano dal 1947, l’anno della “spartizione”. Il grande travaso di popolazione che si registrò quando nacque il Pakistan fu segnato da massacri feroci e la memoria di quei fatti è ancora viva. C’è ancora un odio profondo e per rimarginare le ferite serviranno molte generazioni.
La lungimiranza di Gandhi, che all’epoca disse “occhio per occhio e il mondo diverrà cieco”, è rimasta inascoltata. Oggi, in questo contesto di memorie, si inseriscono il radicalismo islamico e il risorgere della destra hinduista. Il tutto ha creato una miscela esplosiva. Il terrorismo è ormai il leitmotiv dell’India del XXI secolo. La sequenza degli attentati degli ultimi anni è impressionante. Gli estremisti islamici colpiscono duro contro gli hindu, rispondendo ai nazionalisti hindu che hanno come target i 150 milioni di musulmani che vivono in India.

Il partito del Congresso è finito sotto accusa dopo gli attentati di Mumbai. Tra quattro mesi ci sono le elezioni. C’è la possibilità che il Bjp possa vincere?
Il nazionalismo hindu è pericoloso. Il Bjp, che è la proiezione politica del Sangh Parivar, la “famiglia” delle associazioni nazionaliste hindu, dice che l’India deve appartenere agli hindu. Tollera buddismo e sikhismo, religioni nate in India. Ma non islam e cristianesimo, le fedi – dicono gli esponenti del Bjp – di chi ha “conquistato e stuprato l’India”.
Il Bjp ottiene consenso grazie a proclami e azioni radicali, e sogna un’India atomica. Non a caso ha respinto il recente nuclear deal con gli Usa, accusando Washington di limitare l’uso militare dell’energia atomica da parte indiana. Tuttavia, nonostante l’indebolimento del Congresso, per il Bjp vincere sarà difficile.

Se però vincesse le elezioni, le relazioni con il Pakistan si complicherebbero?
Con il Pakistan, le cui fazioni islamiche radicali sono le responsabili degli attacchi di Mumbai, i rapporti diverrebbero più tesi. Ma non s’arriverà a una guerra. Almeno fino a quando Islamabad avrà bisogno dei finanziamenti e del sostegno degli Usa, almeno fino a quando governeranno i partiti democratici. Ma se prenderanno il potere servizi e vertici militari, c’è da avere paura.

Sempre a proposito di relazioni internazionali, che ne pensa di Cindia?
Sanjaya Baru, che è il media advisor del primo ministro Singh, ha scritto su Outlook che il termine Cindia è un termine “idiota”, usato da personaggi “pigri e avidi”. Dire Cindia, ha sostenuto, significa non parlare approfonditamente di nessuno dei due paesi, torna buono per fare notizia e magari vendere libri. Tra New Delhi e Pechino c’è un rapporto di cooperazione/diffidenza. I due paesi, che hanno due economie complementari (“software” in India, “hardware” in Cina) ma non integrate, convergono quando devono tutelare i loro interessi. Ma ci sono ancora forti diffidenze e le frontiere, per esempio, non sono mai state definite.
La prova di queste diffidenza è data poi dal fatto che la Cina ha sempre sostenuto il Pakistan in funzione anti-indiana e l’India ha sempre coltivato il rapporto con Mosca – e ora con Washington – in funzione anti-cinese.
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